Oggi parliamo di una delle pagine più cruenti della storia contemporanea della Cina, che ha inaugurato il XX secolo: la rivolta dei Boxer, un avvenimento che viene spesso citato in qualche rigo nei libri di testo delle scuole, e che viene degnato di poca importanza. Ma in realtà è fondamentale, perché con essa tramonta ogni possibilità che in Cina si affermasse la modernizzazione portata dagli europei, come invece accadde in Giappone. La conseguenza principale fu che il Giappone, sempre periferico alla Cina, diventasse un attore principale nella storia del 900, soprattutto nella prima metà. Invece la Cina divenne, anche se con un potenziale enorme, una succursale politica ed economica europea, e poi, decaduto il potere centrale rappresentato dalla dinastia Qing, vittima di continue guerre intestine tra province, partiti e signori della guerra locali fino al 1949, anno della nascita della Repubblica Popolare. Ma facciamo un passo indietro, ed analizziamo brevemente il contesto dell’Impero durante il XIX secolo. Ci troviamo nel pieno del “secolo dell’umiliazione”, che va dal 1839 al 1949, dove l’Impero è stato a più riprese sconfitto dalle potenze europee, ormai troppo avanzate tecnologicamente. Nella prima guerra dell’oppio (1839-1843) i Cinesi rimasero impressionati dalla facilità con cui gli europei li sconfissero. E così avvenne nei 50 anni successivi, tanto che nel 1894 i giapponesi, che avevano inglobato diversi elementi della tecnologia europea, li sconfissero facilmente in Corea. Ma perché la Cina non volle avvicinarsi ai costumi occidentali? Perché tutte le civiltà sono etnocentriche, e ritengono quindi di avere un primato su tutti gli altri. La Cina ha sempre definito il proprio paese come “Zhongguo”, il Centro, nella convinzione che il resto del mondo fosse “periferia” e quindi abitato da barbari. Anche perché la Cina è geograficamente isolata dalle altre civiltà: basti pensare alle montagne, le giungle e soprattutto le steppe a Nord, da cui potevano irrompere popoli distruttori (ecco perché venne innalzata la grande muraglia). A partire dal 1500 gli europei cercarono più volte di mettersi in contatto con l’impero, ma ogni volta venivano considerati inferiori ed incapaci di raggiungere le capacità dei cinesi, ovvero “uomini civili”. Ma oramai la superiorità occidentale era imbarazzante, ed anche se non occuparono la Cina come avevano fatto con quasi tutto il resto del mondo, la controllavano, spartendola in varie zone di influenza. Come reagirono le varie anime della nazione? Gli intellettuali parlarono del “riscatto della Cina” e si divisero in 2 correnti, tra chi, più tradizionalista, vedeva ancora una volta negli scritti di Confucio la risposta ai problemi, ma con l’introduzione di alcune novità europee; e chi, più riformatore, voleva avvicinarsi decisamente all’Occidente, seguendo l’esempio del Giappone. Per un primo momento la seconda corrente ebbe la meglio, ma gli interventi innovatori furono realizzati male e troppo in fretta. Così ebbe fine il tentativo di una riforma globale dall’alto, come in Giappone, e la Cina dovette subire le iniziative straniere per l’inizio del XX secolo.
Bisogna porsi il problema della reazione del cinese comune, ovvero della stragrande maggioranza della popolazione. Essi non riuscivano a concepire come gli europei potessero avere una civiltà superiore. Certo, vedevano le sconfitte e le loro capacità, ma per il contadino cinese i barbari rimanevano comunque e sempre barbari. Non ammettevano e non concepivano la loro superiorità, come invece gli intellettuali. Per la popolazione la colpa della situazione era innanzitutto della famiglia reale, incapace di opporsi agli stranieri per incapacità o viltà. Secondo una tradizione millenaria, infatti, la Cina decadeva quando la dinastia non era più in grado di difendere i cittadini da pericoli esterni, o da rivolte interne. L’imperatore perdeva così il “mandato del cielo”. Inoltre, per loro la decadenza era dovuta alla volontà di inglobare i costumi europei, contemporaneamente all’abbandono di quelli cinesi: non si doveva assolutamente occidentalizzarsi, in alcun modo. Questo è il contesto culturale in cui si muoveva il movimento dei “boxer”, chiamati così dalla stampa straniera. La società segreta Yihequan, scuola pugilistica della giustizia e della pace, nacque nel XVIII secolo e si rese protagonista di più rivolte, a partire da quelle del 1744. Più precisamente, il termine era usato per indicare diverse sette o associazioni di arti marziali che entrarono in collaborazione per finalità illecite, ostili alla dinastia Qing, e spesso operanti nella regione nordorientale dello Shandong. Nel corso della seconda metà del 1800 però cambiò il loro orientamento politico, a causa dell’inserimento nelle proprie fila di alcuni ex funzionari che simpatizzavano la causa della corte imperiale. I boxers raccoglievano nelle loro fila contadini, carrettieri, soldati e piccoli funzionari, una eterogenea massa di persone disposte a prendere le armi contro l’espansione degli europei e delle loro tecnologie. Con connotazioni fortemente tradizionaliste e xenofobe, era un movimento spontaneo, senza una chiara gerarchia ed organizzazione centrale. Rifiutavano l’uso delle armi da fuoco, ed erano convinti che i loro amuleti li avrebbero salvati dalle pallottole. Stranamente nel movimento erano ammesse anche le donne, che erano raggruppate in gruppi chiamate “lanterne” di vari colori: rosse per le ragazze, bianche per le sposate… Alla fine del secolo 8 potenze straniere (Giappone, Russia, Inghilterra, Francia, USA, Germania, Italia, Austria-Ungheria) controllavano indirettamente l’impero, strappando concessioni territoriali, zone d’influenza ed appalti a prezzi stracciati, in attesa del momento propizio per occupare definitivamente l’enorme territorio. Gli insediamenti stranieri in Cina erano più di sessanta, in costante espansione. Ma, ripeto, il problema principale per la popolazione locale era il disprezzo e la costante umiliazione degli usi e costumi cinesi. Il risentimento era diretto sia verso gli europei, che nei confronti dei cinesi convertiti al cristianesimo ed “occidentalizzati”. Nel 1897 nello Shandong scoppiarono delle sommosse, e per questo la Germania inviò una spedizione punitiva, in cui vennero massacrati parecchi civili inermi. In quel momento la Yi He Quan decise di intervenire, accusando gli stranieri di tutti i mali della Cina, e giurarono di cacciarli dalla Nazione. L’associazione ottenne così centinaia di migliaia di seguaci ed il 30 dicembre del 1899 venne assassinato un missionario cristiano, il reverendo Brooks. Il caso divenne di portata internazionale e le potenze straniere chiesero a gran voce la messa al bando dei Boxer. Ed è qui che intervenne la reggente dell’imperatore, Cixi, che ormai governava nell’ombra da più di 30 anni [governatrice ombra dell’ultimo trentennio]. Il nome significava “materna e propizia” ed era riuscita, grazie al suo carisma ed alle doti diplomatiche, a diventare l’imperatrice de facto, partendo dalla posizione di concubina favorita dell’imperatore Xianfeng, a cui diede un erede maschio. Morto l’erede al trono ne fece nominare un altro, [ancora] bambino, così che potè continuare a gestire il governo per molto tempo. Il popolo faceva fatica a digerire una donna al potere, che per di più lo aveva ottenuto con l’inganno. Cixi pensò di gestire la crisi come se fosse un intrigo di palazzo, ma non intuì le reazioni europee. Inizialmente la reggente cercò di usare il pugno duro verso i ribelli, ma senza cercare volutamente spargimenti di sangue, per non perdere ulteriormente il sostegno del popolo. Ordinò la soppressione del movimento dei Boxer solo nella regione dello Shandong, e non nell’intero territorio imperiale, come volevano gli stranieri: questa sua mossa permise ad alcuni gruppi di ribelli di penetrare nella regione dello Zhili, che circonda Pechino. Nel marzo del 1900 una grossa carestia colpì la capitale, e migliaia di boxer iniziarono ad accusare i “diavoli stranieri” di aver deliberatamente stregato il Dio della pioggia, a causa del colore azzurro dei loro occhi [colorazione praticamente introvabile in Cina](i cinesi hanno gli occhi neri). La tensione nel paese salì: i boxer iniziarono ad attaccare e massacrare (con casi di torture indicibili) cinesi convertiti e missionari nel paese, mentre l’imperatrice cercava di temporeggiare: non voleva mostrarsi debole agli occhi occidentali, senza però perdere il favore della popolazione, indignata dai continui soprusi europei. Il problema principale per gli europei riguardava gli oltre 400 stranieri che vivevano nel quartiere delle legazioni diplomatiche a Pechino, addossato alla città proibita. Aristocratici ed ambasciatori, funzionari e soldati che gestivano le relazioni tra la corte e gli stati europei, personalità importanti che dovevano essere protette. La capitale ormai era occupata dalla massa dei Boxer che minacciava direttamente i civili europei, che si rinchiusero preoccupati nel quartiere. Per liberarli, oltre 2000 soldati partirono in treno dalla città di Tianjin nel giugno del 1900, guidati dall’ammiraglio Seymour. Da questo momento gli eventi precipitarono. La corte imperiale cercò di convincere gli europei a non intervenire, Cixi assicurò la protezione dell’esercito regolare verso gli europei. Ma i boxer, senza freni, distrussero ogni collegamento telegrafico e ferroviario da e verso la capitale. Seymour rimase bloccato, ed isolato, a combattere i ribelli nella strada per Beijing (oltre 120 km) e fu costretto a tornare indietro a causa delle resistenze nemiche. Nel mentre, senza notizie dell’ammiraglio, i comandanti europei pensarono al peggio. La flotta straniera attaccò Tianjin, e l’esercito regolare cinese dovette rispondere al fuoco. Il 20 giugno l’ambasciatore tedesco Von Ketteler, chiamato da Cixi per risolvere la situazione in extremis, venne ucciso da una folla inferocita mentre usciva dal quartiere delle legazioni. Il 21 giugno l’impero dovette dichiarare guerra alla coalizione di 8 potenze straniere. Il grosso delle ostilità si concentrarono a Beijing, dove gli europei (ed oltre 3000 cinesi cristiani) vennero assediati nelle legazioni da migliaia e migliaia di Boxer, per ben 55 giorni. E fu questa l’umiliazione più cocente per i cinesi: non riuscire a sopraffare un piccolo gruppo di difensori nella loro stessa capitale. In effetti i boxer, oltre alla potenza del numero, non avevano altri mezzi per combattere gli stranieri: erano privi di qualunque organizzazione militare, e si affidavano ad incantesimi ed amuleti per evitare le pallottole. Furono giorni di massacri e violenze efferate che vennero perpetrate anche nel nord est del paese, come nella provincia dello Shanxi. Il governatore della stessa, di sentimenti antioccidentali, permise l’uccisione di 178 missionari e migliaia di cinesi convertiti, spesso in modo raccapricciante, come nel caso di un certo monsignor Hamer, il quale “venne accompagnato nelle strade del villaggio di To To per 3 giorni, dove chiunque poteva torturarlo liberamente. Gli furono strappati i capelli e gli furono tagliati dita, naso ed orecchie. Dopodichè fu avvolto in un tessuto imbevuto d’olio e, appeso a testa in giù, gli fu appiccato il fuoco ai piedi. Il cuore fu mangiato da 2 mendicanti”. Una parte del paese cadde nell’anarchia, mentre le ostilità continuavano. Gli europei organizzarono una spedizione con oltre 16.000 uomini per marciare sulla capitale e liberare così gli assediati, in una corsa contro il tempo. Sapendo questo, Cixi comprese di aver perso la guerra, ma ormai era troppo tardi. L’unità della corte si sfaldò, mentre i governatori delle varie province decisero di firmare separatamente degli accordi di non belligeranza con gli stranieri. Il 14 agosto del 1900 i soldati europei entrarono trionfanti a Beijing, mentre l’imperatrice scappava nella città di Xi’an. L’esercito che occupò Beijing non era in grado di distinguere tra civili e ribelli: tutti i cinesi erano collettivamente responsabili della ribellione, e quindi dovevano essere puniti. Il Kaiser Guglielmo II consigliò ai propri soldati di “essere come Attila” e che “nessun cinese osi più guardare negli occhi un tedesco”. Templi e palazzi furono bruciati, banche depredate, case private saccheggiate. Dopo aver distrutto la capitale, alcuni reparti si recarono nelle province dove si erano avute delle persecuzioni anticristiane, e si abbandonarono a massacri indiscriminati, spesso verso villaggi del tutto estranei alle vicende. Il colonialismo europeo, oggi visto per di più in chiave economica, all’epoca rivestiva un carattere ben diverso. Si credeva che l’Europa rappresentasse la civiltà, e che l’uomo bianco avesse la missione di portarla in tutto il mondo. Tutti gli altri popoli erano visti come antropologicamente inferiori, infatti in Europa la guerra veniva condotta seguendo un “codice umanitario”, tra grosse virgolette, per esempio non infierendo sui civili oppure risparmiando i prigionieri (ricordiamo la prima convenzione di Ginevra, nel 1864). Queste regole non venivano seguite nel caso dei conflitti coloniali. Gli altri popoli erano considerati barbari, e quindi si doveva [e poteva] essere spietati nei loro confronti. La repressione europea conseguente alla rivolta dei boxer acuì il risentimento cinese nei confronti degli europei. Per loro il comportamento occidentale era stato crudele ed ingiusto. Questo sentimento di ingiustizia, che alimentò il nazionalismo cinese del Novecento, divenne ancora più evidente quando i delegati europei presentarono alla corte il “Protocollo dei boxer”, un trattato ineguale firmato il 7 settembre 1901, dove la Cina venne costretta a pagare in 39 anni un’indennità clamorosa per l’epoca, pari a 450 milioni di tael, la valuta cinese. Cifra che venne pagata ricorrendo alla cessione intera dell’importo delle dogane agli occidentali. E l’imperatrice Cixi? Umiliata e con pochi alleati nella corte, venne però risparmiata dagli stranieri, a cui serviva una personalità politica a cui sottoporre la pace. Tornò a Pechino il 7 gennaio 1902, dove assistette passivamente alla lenta dissoluzione dell’impero, e morì nel 1908, dopo aver nominato un altro bambino come imperatore, Pu Yi. Egli sarà l’ultimo imperatore, poiché, dopo appena 3 anni, nel 1911, l’impero si dissolse definitivamente. Per concludere, analizziamo i punti di vista contrapposti di Europa e Cina. Nel primo caso, la repressione venne vista come giusta. Si era intervenuti in difesa di cristiani perseguitati e massacrati, difendendo le ambasciate da folle inferocite. Dei saccheggi, massacri e violenze varie cosa si disse? Nulla, anzi, erano azioni giuste perché si stava difendendo la “civiltà” contro la barbarie. In Cina invece la situazione venne vista sotto una luce ben diversa: gli stranieri avevano approfittato di una situazione in cui la corte imperiale era debole e divisa, guidata da una usurpatrice. In tutto questo avevano massacrato migliaia di civili inermi, bruciato e saccheggiato templi, chiese. Inoltre, avevano proseguito nella spoliazione della Cina. I boxer, invece, erano visti come dei patrioti. La responsabilità più grande è da imputare a Cixi ed alla corte, che sottovalutarono la situazione, pensando di trattarla come fosse un intrigo di palazzo. La classe dirigente cinese, con la crisi dei Boxer, perse l’ultima opportunità di modernizzare il paese.
